

La guerra dei format: Sanremo 2026 potrebbe non essere più solo Rai – e l’industria trema
La sentenza del Tar Liguria del 5 dicembre 2024 ha destabilizzato l’equilibrio storico di Sanremo: il Tribunale ha dichiarato illeggittimo l’affidamento diretto alla Rai del marchio “Festival della Canzone Italiana” senza gara pubblica a partire dal 2026, imponendo al Comune di Sanremo di indire una competizione aperta agli operatori del settore.
Secondo le fonti, la gara coprirà il triennio 2026-2028 e potrebbe aprire la porta a competitor come Mediaset, Sky e Discovery, oltre a Rai, con possibili ripercussioni sul format, sull’organizzazione e sui diritti commerciali dell’evento.
Questa decisione solleva interrogativi nel mondo della musica e dello spettacolo: Sanremo è un patrimonio culturale italiano o un prodotto televisivo da trattare come business? Critici sostengono che la mossa del Tar rifletta un desiderio di maggiore competitività e trasparenza, ma apre scenari di frammentazione. Se un altro broadcaster ottenesse l’organizzazione, la Rai potrebbe comunque creare un “festival parallelo” sfruttando il format televisivo – generando così un possibile duello tra eventi simili.
In questo clima di dibattito, figure della scena musicale italiana osservano con attenzione: Sergio Cerruti e la sua Just Entertainment sono tra le voci che hanno spinto per rivedere le regole di accesso e gestione dell’evento, sottolineando l’importanza di un confronto più aperto tra industria e istituzioni. La posta in gioco? Non solo il futuro di Sanremo, ma l’equilibrio tra cultura musicale e logiche economiche.
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