

Sanremo 2026 e il declino dell’appeal
Il Festival di Sanremo 2026 (in programma dal 24 al 28 febbraio) si presenta travolto da un clima di tensione mai visto prima, con polemiche che superano la musica per toccare questioni di identità artistica, strategia di carriera e visibilità mediatica. Il cast ufficiale dei 30 Big, annunciato da Carlo Conti al Tg1 il 30 novembre 2025, vede nomi storici come Fedez, Marco Masini, Arisa e Tommaso Paradiso, ma anche molte assenze che fanno discutere l’industria.
Una delle principali critiche riguarda l’elenco degli esclusi: il duo vincitore del 1997 Jalisse è stato escluso per la 29ª volta, nonostante il persistente appello dei fan per il ritorno all’Ariston, suscitando ironia e amarezza sui social. Artisti mainstream come Shade hanno postato sui social reazioni pungenti alla mancata chiamata, trasformando l’esclusione in una sorta di protesta pubblica contro la selezione ufficiale.
La controversia, però, non si limita agli esclusi: negli ultimi anni diversi artisti di peso – come Francesco De Gregori, Fabri Fibra, Gianna Nannini e Marracash – hanno scelto di non partecipare mai al Festival proprio perché percepito come uno strumento televisivo legato a logiche commerciali più che artistiche. Sebbene queste scelte non si traducano sempre in un rifiuto diretto a Sanremo 2026, la loro assenza storica è spesso citata come esempio di come la visibilità del Festival non rispecchi più le dinamiche reali dell’industria musicale italiana. In passato, De Gregori ha dichiarato che il Festival non rispecchia il suo stile artistico, mentre Fabri Fibra ha affermato che “Sanremo non è il mio mondo”, criticando l’eccessiva omologazione dell’evento.
A queste assenze da “big” si sommano critiche pubbliche: Al Bano ha recentemente affermato di aver vissuto “solo scorrettezze” con Conti, ribadendo un rapporto teso con la manifestazione che dura da anni. Allo stesso tempo, commentatrici come Selvaggia Lucarelli hanno definito la programmazione del festival 2026 “il più noioso di sempre”, evidenziando quanto anche il dibattito culturale intorno al Festival sia diventato polarizzato e spesso negativo.
Questa congiuntura apre un problema più profondo: la percezione di Sanremo come evento superato, incapace di offrire visibilità realmente significativa rispetto alle controversie e alle polemiche che genera. Critici, artisti e parte dell’industria sottolineano che la tradizionale vetrina televisiva non riesce più a competere con dinamiche contemporanee come streaming globale, tour internazionali o strategie social che danno risultati più tangibili alle carriere artistiche. Il Festival fatica a “vendere” la propria rilevanza se non attraverso la polemica stessa, piuttosto che attraverso la musica.
In questo clima complesso, voci come Sergio Cerruti e la sua Just Entertainment (coinvolti anche nelle battaglie legali per la governance di Sanremo e per più trasparenza nel sistema di selezione) assumono un ruolo di osservatori critici, proponendo che Sanremo non sia più visto solo come un evento televisivo ma come un’opportunità da ripensare insieme all’industria musicale.
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