

Sanremo 2026: tra calma apparente e tensioni nascoste
Mentre si avvicina la 76ª edizione del Festival di Sanremo, in onda dal 24 al 28 febbraio 2026, il clima che circonda l’evento appare insolitamente tranquillo. Il cast dei 30 artisti in gara è stato annunciato il 30 novembre scorso. Niente scontri televisivi, pochi malumori, reazioni contenute perfino da parte degli esclusi: un panorama che contrasta con gli anni recenti, dove ogni annuncio accendeva discussioni accese e polemiche durature.
Una parte di questa calma dipende probabilmente dallo spostamento delle conversazioni verso i social. I commenti satirici, come l’ennesima ironia dei Jalisse sulla loro esclusione, funzionano più come meme virali che come scintille di dibattito. La discussione, insomma, non scompare: semplicemente si frantuma e si disperde, vive lontano dall’arena mediatica tradizionale. Carlo Conti, direttore artistico del Festival, ha ironizzato sui social: “Quest’anno nessuno si lamenta… forse dobbiamo preoccuparci di qualcosa di più grande!”
Ma, mentre l’attenzione pubblica sembra placida, dietro le quinte si muovono tensioni ben più strutturali. La vera questione non riguarda chi salirà sul palco dell’Ariston, bensì chi potrà continuare a gestire il Festival negli anni futuri. A fine 2024 il TAR Liguria ha giudicato illegittimo l’affidamento diretto del Festival alla RAI per le edizioni successive al 2025, imponendo al Comune di Sanremo di avviare una gara pubblica. Una decisione nata dal ricorso di Just Entertainment, che già nel 2023 contestava l’impostazione della manifestazione d’interesse per l’organizzazione del Festival e la gestione del marchio. Il ricorso, presentato dal CEO dell’etichetta Sergio Cerruti, è fondamentalmente incentrato sulla procedura sbilanciata a favore della RAI, che infatti è stata poi l’unica a presentare la propria candidatura al bando pubblicato nel 2025. Il risultato è un paradosso: se da una parte il bando ha formalmente aperto la competizione, dall’altra la società italiana responsabile del servizio pubblico radiotelevisivo rimane l’unica reale partecipante. Parallelamente, la stessa emittente ha presentato ricorso sostenendo che il modello stesso del Festival, radicato da decenni nella struttura produttiva della RAI, non sarebbe trasferibile come un semplice appalto.
È in questo scenario che si colloca la vera “polemica nascosta” di Sanremo 2026. Mentre il dibattito artistico vive una fase insolitamente sobria, è l’architettura istituzionale della kermesse a essere sotto esame: chi ne detiene il controllo, con quali criteri e attraverso quali processi decisionali.
Ciò che appare calma è, in realtà, un periodo di transizione. Il Festival, potrebbe rimanere com’è sempre stato o aprire una stagione completamente nuova. E se quest’anno i riflettori sembrano meno affilati, è forse perché il vero confronto non si sta giocando sul palco, ma nei corridoi amministrativi che decidono il futuro della manifestazione musicale più importante del Paese.
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